14.07.16

Editoriale

La prevalenza dei “no” alla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea ha creato una situazione senza precedenti.

In primis proprio in Gran Bretagna dove tutti i Leader (sia quelli favorevoli che quella contrari), spaventati dalle conseguenze di un voto inaspettato e non adeguatamente preparato, sono fuggiti dalle responsabilità dimostrando tutta la loro inadeguatezza al ruolo che rivestono.

In prima battuta la Brexit (peraltro ancora tutta da dimostrare, visto che sul piano giuridico il referendum aveva solo un valore consultivo e non è ancora stato formalizzato alcun atto del Governo Inglese volto a chiedere l’uscita) ha scatenato in tutta Europa, e non solo, reazioni politiche ed economico-finanziarie.

Sul piano politico, di fronte ad un avvertimento di questa portata, la classe politica europea non potrà non  interrogarsi, fare autocritica e riappropriarsi del ruolo di composizione di interessi, con l’obiettivo finale di un mondo migliore per Tutti.

Ruolo troppe volte colpevolmente delegato a tecnocrati (o come meglio scrive l’Economist a “politiche tecnocratiche di corte vedute”) focalizzati  su problemi di numeri, regole, schemi e dimentichi, invece, del fatto che le soluzioni necessitano di visioni, e conseguenti politiche, a lungo termine.

Sul piano Economico-finanziario le conseguenze sono ancora tutte da verificare; non si possono certo considerare tali i nevrotici corsi di borsa delle ultime settimane. Se mai ce ne fosse stato bisogno, questo andamento schizofrenico dei mercati azionari conferma, ancora una volta, come i prezzi di borsa non abbiano alcuna attinenza credibile con il valore delle aziende quotate. Quel che è certo è che le aziende cinesi continuano ad acquistare aziende Europee (e ora lo fanno a prezzi ancora più convenienti): segno che probabilmente l’Europa non è ancora alla “fine della storia” e resta il mercato più ricco del Mondo con un debito aggregato minore di quello degli Stati Uniti d’America.

Certo i problemi delle banche europee sono evidenti, ma possono essere gestiti e non sono tali da mettere a rischio i risparmiatori; sono semplicemente la conferma che l’industria bancaria è uno dei settori meno profittevoli oggi esistenti e che quindi, gli investitori, alla ricerca di rendimenti alti, immediati e poco rischiosi, preferiscono guardare altrove per decidere dove allocare i propri capitali in attesa che normative meno procicliche e di più lunghe vedute consentano i necessari riassetti bancari dopo 10 anni di crisi mondiale.

Più in generale, consapevoli che le aspettative costituiscono uno dei principali motori dell’economia, ci pare di poter fare nostra la raccomandazione che Riccardo Illy ha recentemente fatto ad un convegno a Udine: non farsi prendere dal panico, avere pazienza e fiducia nel futuro e tener presente che, in fin dei conti, gli Inglesi non erano mai entrati veramente in Europa.

Paragonando l’Europa ad una bicicletta, Illy suggeriva di immaginare che la Gran Bretagna fosse il portapacchi. E la bicicletta-Europa potrà vivere e funzionare anche senza il portapacchi purché le parti fondamentali (ruote, pedali e catena, rappresentate dai Paesi fondatori Germania, Francia, Italia ecc.) continuino a funzionare (anche se con qualche cigolio!), i Cittadini Europei continuino a pedalare (cioè a credere al sogno europeo e a non dare per scontate tutte le conquiste che questo sogno ha portato negli ultimi 50 anni) e a orientare chi ha il manubrio in mano (il Parlamento, la Commissione e il Consiglio Europeo) nella giusta direzione.